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The Empty Thoughts;
Holding the cold Tears,the time is Ripe.
In course of Time. 
3rd-Dec-2010 03:37 pm
GNAH
- Titolo: In course of Time.
- Personaggi: Arthur Kirkland (UK),Antonio Fernandez Carriedo (Sp) + accenni Francis Bonnefoy (Fr) e Alfred F.Jones (U.S.A)
- Genere: Introspettivo,malinconico
- Rating: Verde
- Avvertimenti: Shonen-ai,One shot
- Conteggio parole:1102
- Note: One shot ricavata dal post di una mia role SpUk.



Nel corso dei suoi anni, aveva dato per scontato tante cose.
Nel corso dei secoli si era convinto, con sempre più certezza, che ci sarebbero state cose nella sua vita che non sarebbero mai cambiate.
Dal primo passo, dal primo sospiro, aveva imparato che le cose più banali sarebbero state anche le uniche a /rimanere/.
Dal primo schiaffo che aveva ricevuto da quel fulvo ragazzino appena più grande di lui, dalla prima tirata di capelli, al primo osso rotto, mentre difendeva come poteva quello che sentiva essere parte integrante di se. La prima frase sputata con astio, contro quell'uomo che insisteva per essere chiamato padre, quando lo usava solo quando gli faceva comodo.
Quando aveva, forse, capito che significasse odiare.
Apprendere l'arte della spada, poi quella dell'arma da fuoco. Degli intrighi dei politici, delle lotte, dei fratricidi per il potere. Tutto questo sarebbe rimasto.
Di quando l'innocenza dei giorni passati a traversare foreste con quella lepre che l'aveva abbandonato /troppo/ presto, era svanita lasciando posto alla sola sete di potere e sangue, di quando la morte si era specchiata come un’ombra minacciosa nei suoi occhi. Quegli occhi verdi, troppo puri per essere macchiati di quei peccati che pian piano andavano accumulandosi tra le sue dita affusolate.
Aveva imparato Arthur, che avrebbe dovuto presto smetterla di credere di poter convivere in /armonia/ con qualcun altro che non fosse lui, o quei graziosi esseri traslucidi che venivano di tanto in tanto a fargli visita.
Era a questo che pensava, mentre sentiva distintamente la sua voce, trappassargli il timpano, scoppiare prepotentemente nella sua testa, espandersi dolcemente attraverso il suo corpo, impregnarne le fibre.
Nell'eco dei suoi ricordi, che si mischiavano con insolita semplicità a quelli che stava rimembrando l'iberico a parole, dove lui tappava i buchi, collegava e ricuciva, le piccole recrudescenze del mondo che l'atro aveva portato con sé. Aveva sperato, lungi dal rimirare certi aspetti del suo essere, che in quell'affluire portentoso di reminescenze di ritrovare il suo sorriso quando meno se lo sarebbe aspettato.
E allora l'aveva visto, spuntare giocondo da quel fogliame urlando parole a lui al tempo incomprensibili, quelle braccia all'ora esili che l'avevano abbracciato con forza, inondandolo di una tenerezza che mai, /mai/ aveva provato, appurato sulla pelle. Il suo primo rossore.
Il primo accenno d’imbarazzo nel suo esistere. Nel chiudere gli occhi, cercando ancora, scavando affondo, riallacciando i legami recisi, mentre la stretta tiepida e appena salda di quell'ammasso di cm che saltellava tra un albero e l'altro si trasformava nella presa calda e poderosa dell'uomo che lo stava stringendo a se, reclamandolo suo, reclamando quei privilegi che si era guadagnato nel tempo, nei /millenni/, a volte in maniera tanto discreta da risultare muta persino a se stesso.
Ritrovarlo in quegli anni d'oro, a faccia a faccia mentre si contendevano un ruolo che era solo che un’ennesima maschera. Ritrovarlo nel fango, che per la prima volta si mischiava alle sue lacrime nel giorno di quella maledetta Indipendenza, dove aveva appreso forse definitivamente quanto fosse vera quella sua credenza.
Tutto se ne sarebbe andato, prima o poi.
Nel silenzio del Tempo, nel cuore aveva soffocato il suo ricordo con altri ben più dolorosi, di quando si buttava tra le braccia del francese che nonostante tutto continuava a far parte di lui, seppur l'avesse tradito nonostante la promessa. E aveva appreso di quanto quella tenera promessa scambiata quando avevano sì e no mezzo secolo fosse in un certo senso perdurata nel tempo, nel ritrovare /ancora/, il suo sorriso.
Come pian piano, senza neanche rendersene conto si fossero avvicinati tanto, nemmeno lui sapeva spiegarselo. Di come si fosse sentito completo, nell'aderire il corpo al suo, nell'unire i respiri. Di come tutta la solitudine che aveva permeato il suo animo svanisse improvvisamente, lasciando solo un vuoto felice, che lo faceva galleggiare per pochi istanti in aria, perso.
"To fall in love".
Era capitolato, ne era certo. Era capitolato quando già non ne aveva più memoria. Ed era nella sua incapacità di saper amare, che l'altro aveva trovato gli appigli giusti per farglielo scoprire quel mondo che a volte aveva sfiorato avvicinandosi oltre Manica e oltre oceano.
Nella presa stretta dei suoi polmoni, mentre sentiva le lacrime scendere copiose seppur avvolte nel completo silenzio, che sentiva il cuore straripare di un sentimento che facilmente avrebbe riconosciuto come "beatitudine".
L'acqua sui suoi vestiti, le gocce della fontana nel parco sottocasa che si mischiavano al sudore delle sue spinte, in quegli attimi di totale estraniamento da quello che poteva considerare il suo stato mentale perennemente angosciato da preoccupazioni che non erano le sue. Le risa di gioia che avevano sostituito quelle di scherno, mentre Capiva.
Capiva quanto lui fosse realmente Rimasto.
Di come lui fosse l'insensata eccezione a quella regola che si era imposto. Delle sue carezze, delle sue frasi stupide, di quelle piccole attenzioni che gli aveva riservato. Nel vederlo camminare, saggiare la figura e ridisegnarla con linee immaginare quando era lontano.
Capacitarsi di dove trovasse quella costante allegria, quella forza, quel calore che sprigionava con potenza, che si estendeva a lui come un ritorno di fiamma, il fuoco d'artificio che gli aveva di punto in bianco illuminato la vita. Quando come un incendio aveva fatto divampare l'inferno nella sua cassa toracica, un inferno che somigliava straordinariamente al paradiso.
Un gesto, un bacio, sapeva i suoi punti deboli, sapeva e non sapeva allo stesso tempo, segno di quando avessero ancora modo di scoprirsi l'un l'altro. E come in un sogno, quando l'aveva visto attraverso lo specchio di lacrime che gli aveva offuscato la vista come in quel momento, quando gli aveva detto quanto lo amasse. Quanto lo amasse più di qualunque cosa avesse amato al mondo.
Le sue gemme verdi che tanto somigliavano e tanto erano differenti dalle sue, le labbra carnose che lambivano la sua pelle, il sentore che il loro sfiorarsi provocasse una terribile scossa sismica, ghiaccio e fuoco, il tepore che pareva accoglierli nell'imbrunire di quelle giornate che mai avrebbe dimenticato.
Una parola dolce,un sorriso in più,una tazza di tea abbandonata sul comodino mentre loro consumavano qualcosa di ben più saporito. Il retrogusto speziato, che a volte sapeva d'agrumi, di cui si nutriva da mesi e del quale era stato privato per troppo tempo.
Nel costatare quanto tutto questo, /tutto/ gli fosse assolutamente indispensabile, che strinse anche lui la presa.
In quel momento, si rese conto di quanto avesse realmente bisogno di lui, mentre soffocava gli improperi contro la sua spalla, il cervello completamente in tilt.

In quel momento, si rese conto di quanto non potesse far altro che amarlo.
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